Riassunto

déjà-vu, matrix, disegni di bambini

Nel film Matrix il déjà-vu è chiamato ‘glitch’, ossia interferenza. E’ la dimostrazione per Neo e i suoi compagni che qualcosa è stato modificato nella Matrice. E’ un campanello d’allarme, perché significa che un agente ha riprogrammato o ha modificato la realtà all’interno della simulazione.

Per gli psicologi e gli psichiatri il déjà-vu è un fenomeno psichico presente in circa l’80% della popolazione mondiale. In parole semplici, si pensa di aver già visto un’immagine o vissuto un particolare avvenimento, ma in realtà ciò che vediamo quando sperimentiamo un déjà-vu ci richiama uno stimolo perso in chissà quali meandri del nostro labirinto mentale.

Ieri sera, per la prima volta, mia figlia mi ha disegnato. I capelli lunghi, le gambe come stecchini, la mia figura tutta racchiusa in un grande cuore rosa.

Il déjà-vu che mi ha investito era come un’onda che non riuscivo a surfare. Ero seduta al tavolo di un ristorante, il casino dei camerieri, i miei amici che chiacchieravano, e io che mi dicevo: ‘Calmati, è la prima volta, non è mai successo prima’. Al naso non mi giungeva più il rassicurante profumo di pizza, ma quello di un disinfettante ospedaliero, fastidioso, aggressivo.

Avevo il cuore che batteva all’impazzata. Sono uscita dalla sala con una scusa, mi sono ritrovata in bagno. Non riuscivo a togliermi quell’odore dalla testa e quel senso di pericolo che mi seguiva come un cane che ha troppa fame.

Cos’è che ti sei scordata? Cos’è che sta tornando a cercarti? Era la mia interferenza nella Matrice. Il mio segnale di pericolo.

Di colpo, mentre qualcuno bussava alla porta del bagno e io rispondevo automaticamente: “Occupato!”, ho capito.

Qualche giorno fa. In terapia intensiva. Una donna della mia età che ha aperto gli occhi un attimo, al sentire nominare suo figlio. Le mie lacrime, lo sguardo che vagava per la stanza, tutti quanti i presenti attaccati alla vita e alle macchine che li facevano respirare, come in Matrix. Tutti schiavi di un respiratore e di un’alimentazione forzata.

E fissato con lo scotch allo schermo che proiettava i suoi parametri vitali, il disegno del bambino di quella donna. Anche lui ha la stessa età di mia figlia. Anche lui ha creato un capolavoro con foglio e pennarelli.

Sono tornata al tavolo, incredula per le assurde connessioni che un cervello può riuscire a combinare.

Pensavo a te, Nicla, in quel letto d’ospedale. Ho avuto la certezza che non solo ti risveglierai, ma che tornerai da tuo figlio per ringraziarlo di quel disegno meraviglioso.

Non ti azzardare a mollare, non pensarci neanche.